L’interesse di un analista economico e politico per questo paese è dato soprattutto dal fatto che le logiche comportamentali dei giapponesi sono poco comprensibili per un occidentale.
Nel presentare il numero zero di Upsidedown la prima domanda che ci si pone è perché sia opportuno avviare questa iniziativa editoriale parlando di Giappone. La risposta spontanea dopo sei anni passati a Tokyo è che il Giappone è un laboratorio dove si sta progettando un sistema economico postindustriale secondo logiche capitalistiche non tradizionali.
L’interesse di un analista economico e politico per questo paese è dato soprattutto dal fatto che le logiche comportamentali dei giapponesi sono poco comprensibili per un occidentale.
Il Giappone è il paese dell’efficienza, ma solo nell’industria interessata all’esportazione; è il paese dei servizi, che forse alcuni consumatori non utilizzerebbero, ma che sono resi obbligatori da normative più o meno esplicite, ma con un tasso di disoccupazione pari al 4 per cento;
è il paese con la posizione creditoria netta sull’estero più grande al mondo, ma con un debito pubblico pari al 200 per cento del PIL;
è il paese che per primo ha registrato un decremento assoluto della popolazione, ma che continua ad attuare politiche volte a limitare l’immigrazione di lavoratori dai paesi limitrofi.
Le contraddizioni del Giappone sono le conseguenze delle soluzioni di politica economica scelte dalle autorità giapponesi ai problemi che i sistemi socio-economici occidentali non hanno ancora deciso di risolvere: quali politiche a favore della piena occupazione, quali politiche dell’immigrazione e quali politiche di stabilizzazione delle finanze pubbliche.
In merito alla politiche di piena occupazione, il sistema giapponese ha ritenuto prioritario disporre di un settore manifatturiero particolarmente efficiente, in grado di garantire un flusso in entrata di valuta estera sufficiente per l’approvvigionamento di materie prime, di cui il Paese scarseggia. Ne è risultata l’espulsione di manodopera dal settore manifatturiero, in modo da garantire a quest’ultimo i guadagni di produttività e di competitività internazionali necessari per mantenere o aumentare le quote dei mercati internazionali in cui le multinazionali giapponesi operano e ottenere, in tal modo, un congruo avanzo delle partite correnti.
Purtroppo la manodopera espulsa nel settore terziario ha fatto abbassare i livelli di produttività dei servizi, considerati poco efficienti secondo gli standard americani. La bassa produttività del terziario è, tuttavia, la risposta di politica economica al problema della piena occupazione. Il sistema giapponese preferisce disporre di un eccesso di manodopera nel settore dei servizi, pur di non dover finanziarie attraverso le imposte i sussidi di disoccupazione.
Nel medio periodo, tuttavia, il sistema giapponese si scontra con il problema della penuria di manodopera a seguito del processo di invecchiamento della popolazione. La scarsità di giovani avrà effetti negativi sulla capacità produttiva del sistema e sulla sostenibilità della spesa pubblica per anziani in termini sia di spesa previdenziale che sanitaria.
Ai problemi relativi alla spesa sanitaria e, in particolare, al problema dell’accudimento degli anziani, la risposta giapponese è data dalla robotica e dalla domotica, approcci tecnologici volti a sostituire macchine sempre più intelligenti, la presenza umana cheh potrebbe essere offerta solo da badanti provenienti dal sud-est asiatico.
Resta, infine, il problema della stabilizzazione delle finanze pubbliche. In merito, le Autorità giapponesi hanno una serie di vantaggi accumulati nel tempo: tassi di interesse bassi, possibilità di prestare capitali all’estero a tassi più elevati di quelli praticati sul mercato domestico, uno stock di crediti nei confronti del resto del mondo, che nel tempo potranno essere utilizzati per far fronte alle necessità.
Questi sono solo alcuni degli aspetti della realtà socioeconomica giapponese che possono solo affascinare gli osservatori occidentali che non riescono ancora ad immaginare una realtà di squilibri. Purtroppo neppure i giapponesi hanno ancora trovato risposte economicamente compatibili con i vincoli posti dai problemi che devono affrontare. D’altronde, i problemi sono così complessi che i giapponesi hanno deciso di non avere figli e di non lasciare loro questa pesante eredità.
*Delegato della Banca d’Italia per Giappone, Corea, Hong Kong e Singapore.