Economia

Disastro Tohoku: costi, rischi e ragioni per essere ottimisti

15 Apr 2011 | BY Marco Vadagnini     

(Londra) - Descritti dal primo ministro Nato Kan come la peggiore catastrofe dalla fine della Seconda guerra mondiale, il terremoto ed il successivo tsunami che hanno colpito il Giappone lo scorso 11 Marzo hanno imposto al Paese un alto tributo in vite umane, distrutto intere città, danneggiato seriamente il sistema di trasporto ed interrotto la fornitura energetica in aree estese.

L’impatto della tragedia sul sistema economico, produttivo e finanziario della terza economia mondiale è dunque di primo piano e merita di essere discusso approfonditamente. La crisi nucleare ancora rappresenta certamente un limite nell’elaborare precise analisi sui costi della catastrofe, ma è già evidente che l’impatto è stato profondo, e sembra destinato a generare una seria riflessione e cambiamenti pervasivi non solo in ambito economico ma anche in quello politico e sociale. In particolare, trovare le risorse e gli investimenti necessari per far fronte ai costi delle riparazioni è una questione di primo piano, data la già difficile posizione fiscale del paese. Ciò nonostante esistono alcune ragioni per mostrare ottimismo sulla capacità di ripresa del Paese.

Danni sociali ed economici, rischi futuri

Benché il Giappone sia il Paese più all’avanguardia in materia antisismica, la magnitudine del terremoto e del successivo tsunami, uniti alla ancora irrisolta crisi nucleare, hanno causato ampia devastazione nel Paese del “Sol Levante”. Al momento è ancora molto difficile elaborare una stima precisa dei danni e dei costi della ricostruzione, ma i primi studi li quantificano approssimativamente nell’ordine dei miliardi di dollari. Goldman Sachs, ad esempio, stima che il costo totale dei danni agli edifici, alle strutture produttive e simili potrebbe raggiungere JPY16.000 miliardi (€130 miliardi), ovvero 4% del Prodotto Interno Lordo (PIL) giapponese. Più pessimistica è l’analisi dei Loyds, che considera costi possibili per €207 miliardi. Devono inoltre essere considerate le perdite causate dal panico che ha colpito i mercati finanziari dopo la catastrofe. Infine, non si deve dimenticare che il Giappone già prima del terremoto era interessato da diversi elementi strutturali negativi, tra i quali debolezza politica, mancanze di materie prime e materiali preziosi e, soprattutto, un livello eccezionale del debito nazionale superiore al 200% del PIL.

Per di più, il continuo rischio di fusione del nocciolo di uno o più dei reattori della centrale nucleare di Fukushima rappresenta un ulteriore rischio economico e sociale. Già adesso, la fuga di radiazioni ha colpito il settore alimentare e la fiducia dei consumatori con potenziali future ricadute sia sulle esportazioni sia sulle importazioni del Paese.

L’interruzione dell'erogazione di energia elettrica rappresenta un’ulteriore preoccupazione, avendo un impatto negativo non solo sul successo delle operazioni di soccorso e ricostruzione, ma anche in termini industriali e di sicurezza energetica del Paese. Il sisma ha infatti portato alla chiusura di 11 reattori su 54 e ha danneggiato l’infrastruttura energetica del Giappone, colpendo numerose raffinerie e centrali elettriche. La ripresa giapponese richiederà dunque un significativo aumento delle importazioni di GNL e altri prodotti raffinati. Per il momento, il Governo è stato costretto ad introdurre un drastico programma di riduzione dei consumi elettrici nel nord del paese. Difficile dire quanto durerà il blocco, e il suo impatto sulla ripresa. Tuttavia, considerata la già difficile situazione economica giapponese, secondo Goldman and Sachs se le interruzioni dovessero continuare per tutto il 2011, la diminuzione della produzione  potrebbe spingere il Paese verso la recessione. Già adesso tale rischio è abbastanza elevato come riportato da Moody in un recente rapporto.

Da considerare è anche l’impatto del sisma sul sistema di trasporto terrestre e marittimo. I principali porti del nord-est sono stati pesantemente danneggiati, con un alto rischio di congestione nei porti meridionali. Da questo punto di vista, il rifiuto da parte di alcuni capitani ed armatori di fare scalo a Tokyo e in altri porti giapponesi per paura delle radiazioni rappresenta un ulteriore fattore di stress per il sistema. Lo stato dei trasporti è certamente rilevante per quanto concerne la rapidità degli interventi di ricostruzione, ed è un elemento cardinale per garantire la ripresa delle esportazioni tecnologiche del Paese.

I danni alle infrastrutture industriali e di trasporto, unite al razionamento elettrico, hanno infatti colpito varie industrie chiave del Giappone. In particolare, la chiusura di alcune fabbriche nella zona del sisma che producevano componenti specifici per l’industria automobilistica potrebbe determinare la mancata produzione a livello globale di 600,000 veicoli nel solo mese di Marzo 2011. Per quanto riguardo il settore elettronico, è da segnalare che ditte di prodotti ad alto contenuto tecnologico quali Sony e Panasonic hanno sospeso la produzione di alcuni componenti a tempo indeterminato con effetti considerevoli a livello internazionale. Il Giappone rappresenta infatti un hub di primaria importanza nella catena produttiva asiatica: fornisce i componenti elettronici ad alta tecnologia ai paesi circostanti, che poi li assemblano per essere venduti globalmente.

Finanziare la ricostruzione

Preponderante, è quindi trovare adeguati finanziamenti per ristabilire la struttura sociale, economica e produttiva nel più breve tempo possibile. Il ministro delle finanze, Yoshihiko Noda, ha annunciato che cercherà di ridurre alcune spese pianificate nella precedente finanziaria per fare spazio ai fondi necessari per la ricostruzione. Tuttavia, non ha ancora svelato l’ammontare dei possibili tagli, nè chiarificato se sarà necessario ricorrere all’emissione di bond addizionali. Qual’ora il ricorso a nuovi bond fosse necessario, gli economisti prevedono che anche le agenzie di rating potrebbero decidere di evitare un intervento immediato, ma un “downgrading” sarebbe probabile a giugno, quando il Governo svelerà il piano il sistema fiscale e di sicurezza sociale. Ci sono infatti ampie preoccupazioni sulla capacità del Giappone di ripagare eventuali prestiti, considerato il già alto debito pubblico superiore al 200% del PIL che, causa terremoto, potrebbe ulteriormente salire fino a raggiungere, secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), il 218% del PIL alla fine dell’anno.  

Inoltre, la debolezza del Governo e gli ostacoli politici che hanno già minato in passato i tentavi del Primo Ministro Nato Kan di far passare la riforma del sistema finanziario creano ulteriori incertezze. Una riduzione ulteriore del rating dopo quella del 22 febbraio 2011 avrebbe certamente effetti negativi importanti sull’abilità del paese di uscire dalla crisi.

Per il momento, è da segnalare che la Banca centrale giapponese (BCG) ha iniettato più di JPY28 trilioni di yen, pari a €228 milardi, nel mercato, nel tentativo di temperare la volatilità dei mercati finanziari e al tempo stesso prevenire il deterioramento delle percezioni dei diversi operatori di mercato e l’incremento dell’avversione per il rischio. A partire dal 14 marzo la BCG ha raddoppiato il suo programma di acquisizioni di asset da JPY5 trilioni ad approssimativamente JPY10 trilioni, pari a €81 miliardi. Nelle settimane scorse, inoltre, i Paesi membri del G7 sono dovuti intervenire sul mercato nel tentativo di rallentare il costante apprezzamento dello YEN nei confronti del dollaro.

Qualche raggio di sole all’orizzonte

Ciò considerato, la sfida che il Governo dovrà affrontare nei prossimi mesi è immane, ma ci sono almeno quattro ragioni per credere che il Giappone possa affrontare al meglio la tragedia. In primo luogo, il Paese non è nuovo a situazioni di tale portata. A seguito dell’esperienza del terremoto di Kobe del 1995, in cui il Governo si era dimostrato del tutto impreparato, il Giappone è stato in grado di dimostrare maggiore efficienza e prontezza. Ad esempio, parte delle infrastruttura stradale è stata ripristinata in meno di una settimana. Inoltre, l’esercito, unito alle comunità locali, ha già iniziato l’opera di rimozione delle macerie nelle zone colpite dal sisma. In secondo luogo, a differenza del sisma del 1995, l’area colpita è meno popolata e meno industrializzata. Secondo alcuni calcoli svolti da Nomura, le tre prefetture maggiormente colpite (Miyagi, Fukushima and Iwate) contribuiscono solo al 3,6% del PIL giapponese sebbene le principali industrie elettroniche si concentrino in quest’area. In terzo luogo, se si considera la storia recente dei disastri asiatici, la situazione non è così negativa come può sembrare.

Nel breve e medio periodo il Giappone sarà sì probabilmente interessato da un rallentamento della crescita, incremento del debito pubblico e declino economico. Tuttavia, gli sforzi di ricostruzione dovrebbero favorire una crescita del PIL, avendo un impatto positivo sul settore delle infrastrutture. Anche le interruzioni nella catena di produzione internazionale dovrebbe rientrare in tempi ragionevoli, evitando una perdita di competitività troppo elevata per il paese. Infine, il Giappone può cercare di sfruttare la sua posizione geografica, beneficiando della crescita esponenziale degli altri mercati asiatici dove la domanda per beni ad alta tenologia dovrebbe crescere in corrispondenza di un aumento del numero dei nuclei familiari con un reddito pari o superiore a US$10,000. Negli ultimi anni, le esportazioni giapponesi verso i mercati asiatici sono infatti aumentate radicalmente; il 25% delle esportazioni giapponesi sono ora dirette verso la Cina, mentre ormai solo il 15% raggiunge gli Stati Uniti.

Conclusione

Come evidenziato dall’analisi sopra proposa, i costi della catastrofe che ha colpito il Giappone sono ancora difficili da quantificare. Far ripartire il sistema produttivo e riparare le infrastrutture nel nord del Paese richiederà tempo ed il Giappone si dovrà confrontare con vari problemi strutturali, tra cui spiccano soprattutto l’alto debito pubblico e la rigidità del sistema politico. Inoltre già nei prossimi mesi il Paese dovrà prendere una decisione estramente difficile circa il suo mix energetico. Tuttavia, esistono alcune ragioni per cui essere ottimisti. Il Giappone non è nuovo ad esperienze simili e il boom economico che sta interessando l’Asia Orientale potrebbe aiutare il Paese ad uscire dalla crisi. Inoltre, considerando la storia passata del Giappone, possiamo aspettarci che la recente tragedia avrà un’influenza significativa sulla sua struttura politica, sociale ed economica. I prossimi mesi saranno cruciali per comprendere meglio come l’evoluzione politico-economica del Paese.


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