Politica

Polemiche dopo le dichiarazioni del Ministro della Difesa sulla politica militare

10 Ott 2010 | BY Niccolò Lollini     

Le recenti dichiarazioni del Ministro della Difesa Giapponese Toshimi Kitazawa hanno sollevato polemiche e riacceso il dibattito sulla politica militare del Paese.


“Il Governo Giaponese considererà la possibilità di rivedere l’attuale politica in tema di esportazioni di armamenti”. Queste le parole di Kitazawa pronunciate in un incontro tenutosi lo scorso 11 ottobre ad Hanoi con la controparte Americana. Tali dichiarazioni, per altro subito smentite dal Primo Ministro Naoto Kan, nascono su iniziativa personale del Ministro della Difesa il quale punta a ravvivare il dibattito sulla politica militare del Paese in seno al Partito Democratico (DJP). Secondo varie fonti, all’interno dello stesso DJP sarebbero in fatti in molti a condividere le posizioni di Kitazawa.

Il riferimento a nuove riforme è diretto in particolare ai così detti “Tre Principi” che limitano la possibilità di vendita di armamenti e tecnologie militari all’estero. I Tre Principi, introdotti nel 1967 dall’allora Premier Eisaku Sato, vietarono la vendita di armi ai Paesi Comunisti, a quelli sanzionati dalle Nazioni Unite e agli Stati coinvolti in conflitti. Tale legislazione venne poi ulteriormente inasprita nel 1976 quando sotto la presidenza di Takeo Miki la vendita di armi fu sostanzialmente bandita. Unica eccezione è oggi rappresentata dagli Stati Uniti con cui dal 2004 il Giappone intrattiene rapporti di cooperazione militare per quanto riguarda lo sviluppo e la realizzazione di sistemi missilistici di difesa.

“Non dovremmo semplicemente assistere al deteriorasi della nostra tecnologia militare restando con le mani legate”. Nelle sue dichiarazioni Kitazawa fa esplicito riferimento all’attuale legislazione sollecitandone la revisione se non l’abolizione. Questo implicherebbe ad esempio la partecipazione del Giappone in nuovi programmi di cooperazione militare e garantirebbe il rilancio di un settore industriale sostanzialmente improduttivo. Ci si domanda se il tempismo di Kitazawa, le cui dichiarazioni giungono proprio a pochi giorni di distanza dalla polemica con la Cina, costituisca solo una coincidenza. L’evoluzione degli equilibri militari in Asia ha senza dubbio reso il Giappone più vulnerabile e sussiste il rischio che il Paese possa perdere il passo rispetto ai bellicosi vicini le cui spese per difesa e armamenti sono aumentate esponenzialmente negli ultimi anni. Decidendo di perseguire l’attuale politica il Giappone si vincola sempre più alla protezione degli Stati Uniti quali principali custodi degli equilibri regionali.

Il Segretario della Difesa Americana William Gates, durante un incontro in sede NATO, ha recentemente dichiarato di auspicare per una revisione dell’attuale legislazione vigente in Giappone. Ciò permetterebbe ad esempio la vendita dei missili realizzati in cooperazione con Tokyo ad altri paesi europei. I missili di nuova tecnologia SM3-2A sono dotati di un sofisticato sistema di tracciatura che permette il riconoscimento e l’abbattimento di missili di media portata lanciati da paesi ostili.

In Giappone, Paese di tradizione pacifista dal secondo dopoguerra in poi, il dibattito sulla politica militare costituisce tutt’ora una sorta di tabù. Assieme al discusso tema della revisione dell’Articolo 9 della Costituzione, anche la vendita di armamenti costituisce materia di divisione e duro confronto perfino all’interno degli stessi partiti. Il Primo Ministro Kan ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di mettere in discussione la vigente legislazione e molti altri membri del DJP paiono dello stesso avviso. Molti ritengono inoltre che sarebbe poco saggio discutere un tema così scottante proprio durante un periodo di grande instabilità per il Partito. Lo stesso Ministro degli Esteri Maehara, figura chiave del nuovo Governo e deciso sostenitore di una politica più dura su temi quali Cina e sicurezza nazionale, ha dichiarato di trovarsi in disaccordo con il collega Kitazawa.

 

 

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