(Tokyo) - Alle 14.46 dell’11 marzo 2011 sono nel mio ufficio in centro a Tokyo. Sto cercando di ricordare come si legge un ideogramma insolito che devo scrivere su una busta. Mi viene in mente una serie inutile di omofoni, ma non quello giusto.
Ho il ginocchio appoggiato al bordo del tavolo, tra mezz’ora devo uscire per un appuntamento e ho abbastanza tempo da perdere per continuare a rimuginare. Sento un tremolio alla gamba. Mi metto composto, ma il tremolio è un movimento oscillatorio generale, ovvero il solito terremoto.
Non ci faccio caso, ricordo soltanto che proprio 2 giorni prima ce n’era stato uno simile. Il movimento aumenta, impone la sua attenzione. Mi alzo, apro la finestra per ascoltare all’esterno. I vetri tremano, le porte sbattono, gli oggetti cadono. Il solito terremoto. Passano 10, 20, 30 secondi. Sta aumentando. Che non sia il solito terremoto? E’ un po’ più lungo. Un po’ più forte. L’equilibrio inizia a farsi precario. Mi gira un po’ la testa.
Esco dalla mia stanza e raggiungo la collega giapponese nella sala grande. Lungo eh? butto lì. Eh già, mi sorride, le sorrido di rimando, ma non siamo propriamente a nostro agio. 1 minuto? Di più. Aumenta, aumenta ancora, poi ancora, gli armadi si aprono, i raccoglitori volano, risolini nervosi, ma guarda che birichino, adesso ci sfascia anche l’ufficio. Non è più possibile stare in piedi, il frastuono è davvero preoccupante, tutto ondeggia paurosamente e comincio a chiedermi se l’edificio sia omologato per la navigazione. Ho il mal di mare, la situazione sta andando fuori controllo, la mia collega si è discretamente accomodata sotto il tavolo e si giustifica dicendo che è meglio fare così ma non vorrebbe insistere. Sì lo so anch’io bisogna mettersi sotto il tavolo, ma qui siamo già all’ultimo piano che vuoi che ci caschi in testa? Sì, sì, siamo fortunati mi dice convinta. A momenti scoppio a ridere, poi apro la finestra, mi tengo con tutte e due le mani contro la parete per non cadere. Sotto il tavolo non ci vado, se è la fine del mondo voglio almeno vederla, capita una volta sola dopotutto.
La gente fuori corre ma non sa dove, i pali della luce vibrano come un elastico. Solo un pensiero mi martella la testa: ora smette, ora si ferma. Invece no. Uno stormo di uccelli in fuga attraversa il campo visivo. Ecco la cosa giusta da fare, mi viene spontaneo quanto ridicolo pensare. Ormai ho la nausea, non so se ho più paura o più nausea, mentre cerco di decidermi la scossa diminuisce. Son passati quasi 3 minuti, ma sembra il giro di boa di una vita. E’ andata, è fatta, torno ondeggiante nella mia stanza e riesco anche a ricordare con sicurezza la lettura di quell’ideogramma. Bene, penso, mentre sull’i-phone appaiono in tempo reale tutti i dati sul sisma e il suo riverbero, che ha raggiunto ogni remoto angolo del Giappone. E’ qualcosa di enorme. E’ un fuori scala. Improvvisamente mi sento a disagio. Sono stato riconsegnato senza un graffio alla mia comoda quotidianità mentre a poche centinaia di chilometri la vita di migliaia di persone è crollata per sempre.
Il mio appuntamento è cancellato, la metro è ferma, i treni pure, non vedro più un taxi libero fino al giorno dopo, non si riesce a chiamare col cellulare, le sirene dei pompieri squarciano l’aria, gli altoparlanti invitano ad allontanarsi dal mare. C’è un allarme tsunami in pieno centro a Tokyo. Una semplice precauzione, certo. Ma tutto era già pronto, pensato, collaudato. Le linee di terra, internet, tv e radio restano sempre pienamente operative e danno subito istruzioni, gli elicotteri si alzano in volo, il piano di emergenza è già in atto. Decido di tornare a casa a piedi, strada facendo si formano colonne di impiegati, mamme, scolaretti, alcuni hanno il casco anti-infortuni in testa, altri si raggruppano nei parchi pubblici che fanno da centri di evacuazione. Si formano file di decine di persone davanti alle cabine telefoniche, solitamente deserte.
I mega schermi lcd delle stazioni trasmettono le prime immagini del disastro, ci fermiamo tutti in silenzio a guardare. Al nord il mare ha preso il posto della terra, l’oceano si è abbattuto su case, auto e persone spazzandole via come briciole da una tovaglia. Nessuno fa una piega, lo sgomento e il dolore sono composti, contenuti, silenziosi. E questo li rende ancora più grandi, ancora più nobili.
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