Nelle nuove Linee Guida Programmatiche di Difesa Nazionale (LPDN), pubblicate dal Ministero della Difesa giapponese il 17 dicembre scorso, Tokio ha dato voce - per la prima volta in maniera esplicita - alle proprie ansie militari circa l’ascesa regionale e globale della Cina, suscitando la prevedibile reazione da parte di Pechino e accendendo un vivace dibattito circa la reale portata del documento.
Attraverso le righe del Global Times, la Cina ha accusato Tokio di voler creare “un nemico immaginario” per giustificare il proprio tentativo di rilanciarsi come potenza militare e controbilanciare così una lunga ed estenuante stagnazione economica - all’indomani tra l’altro dello storico sorpasso del PIL cinese su quello giapponese.
La politica giapponese alle prese con la “minaccia cinese”
Nel documento del Ministero della Difesa giapponese si esprime in effetti preoccupazione per l’aumento a due cifre nelle spese militari cinesi, per la modernizzazione già da tempo in atto dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL), e per le attività cinesi nel Mar Cinese orientale, in particolare attorno alle isole Senkaku/Diaoyu, la cui sovranità è da tempo rivendicata da ambo i Paesi. Tali dichiarazioni assumono particolare rilevanza se si tiene in cosiderazione che finora l’atteggiamento del Giappone nei confronti della Cina, dalla fine dell’era maoista e l’inizio delle riforme economiche di Deng Xiaoping, era stato orientato (almeno sulla carta) a una politica di engagement, ovvero a un coinvolgimento di Pechino - sia attraverso consultazioni bilaterali che nei fora multilaterali - nel dialogo sulla cooperazione economica e sulla sicurezza regionali. Appare significativo, inoltre, che il documento sia stato redatto durante l’ultimo governo del Partito Liberal-Democratico del Giappone (Liberal Democratic Party of Japan, LDP) – la storica formazione politica di stampo conservatore che ha ininterrottamente governato il paese dal dopo-guerra fino al 2009 – ma approvato paradossalmente proprio da un governo guidato dal Partito Democratico del Giappone (Democratic Party of Japan, DPJ), una forza politica tradizionalmente ostile al militarismo e favorevole a una linea “morbida” nei confronti di Pechino.
Le questioni di sicurezza e di politica estera, però, sono in Giappone argomenti di estrema rilevanza in politica interna. La caduta del precedente governo Hatoyama è avvenuta in quanto l’ex-Primo Ministro si era reso “colpevole” di non avere rispettato la promessa, fatta in periodo elettorale, di spostare l’impopolare base militare americana di Futenma dall’isola di Okinawa. L’attuale Governo, anch’esso guidato dal DPJ, ha già subito due rimpasti, l’ultimo dei quali in seguito alle pressanti richieste di dimissioni rivolte da alcuni parlamentari Liberaldemocratici a Yoshita Sengoku e Sumio Mabuchi, gli ex Capo Segretario di Gabinetto e Ministro delle Finanze, proprio per questioni legate ai rapporti con la Cina e in particolare alla disputa sulle già citate isole Senkaku/Diaoyu. Tutto ciò ha dimostrato ai vertici del partito e al ministro Premier Naoto Kan la necessità di gestire con lucidità la politica estera, in particolare nei complessi e delicati rapporti con Stati Uniti e Cina.
Lo scudo militare statunitense e la costituzione “pacifista” giapponese
Diversi analisti hanno messo in luce come le linee espresse nella nuova strategia giapponese rappresentino de facto una significativa dichiarazione di intenti circa il ruolo di maggiore responsabilità che il Giappone sarebbe tenuto a svolgere, a fianco degli Stati Uniti, nella ridefinizione degli equilibri regionali e determinata dal declino relativo di Washington e dall’emergere di nuove potenze, Cina in testa.
Diversi ostacoli psicologici e istituzionali limitano però fortemente lo spazio d’azione dei politici giapponesi nelle questioni che riguardano la difesa e la sicurezza del Paese. L’articolo 9 della Costituzione, imposta dagli Stati Uniti nell’immediato dopo-guerra a un Giappone sconfitto e umiliato, afferma la rinuncia definitiva “alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia dell’uso della forza per la risoluzione delle dispute internazionali”. Il budget per la difesa, inoltre, non supera mai la soglia psicologica dell’1% del PIL, e ogni tentativo dei precedenti governi di aumentarne anche solo simbolicamente l’entità è stato sistematicamente frustrato dalla dura opposizione del parlamento e dell’opinione pubblica.
Tali limiti si sono tradotti negli anni in una politica difensiva fortemente dipendente dallo scudo militare americano e che ha privato le Forze Armate Giapponesi (Japan Self Defense Forces, JSDF) - nonostante siano spesso annoverate tra le meglio equipaggiate al mondo - del sostegno finanziario e della volontà politica necessari all’esercito per gestire in autonomia la difesa del Paese. Una politica che, se da un lato ha permesso al Giappone durante la Guerra Fredda di concentrarsi esclusivamente sullo sviluppo e la crescita economici, dall’altro ha delegato agli Stati Uniti le principali funzioni di difesa, facendo di Tokio il principale alleato americano in Asia orientale. Dopo la dissoluzione dell’Urss, e ancor più dopo l’11 settembre, a fronte delle ingenti spese - in termini finanziari, ma anche e soprattutto di vite umane – dell’impegno americano in Afghanistan e Iraq, e in generale nella complessa gestione dell’Ordine Internazionale post-guerra fredda, gli Stati Uniti sembrano aver compreso la necessità che i suoi storici alleati si facciano carico, almeno in parte, del fardello della sicurezza di fronte alle sfide del nuovo secolo. Ripensando ai tempi in cui collaborava con il Pentagono alla stesura dell’East Asian Strategy Report del 1995, il politologo Joseph Nye ricorda come si cominciò “dalla considerazione che ci fossero tre principali potenze nella regione – USA, Giappone e Cina – e che, mantenendo la nostra alleanza con il Giappone, avremmo modellato l’ambiente in cui la Cina sarebbe emersa”. Così, Washington ha insistito in questi anni per una partecipazione più attiva di Tokio nella sicurezza regionale, che vada al di là del mero contributo finanziario (peraltro consistente, se si pensa che il Giappone, ad esempio, finanzia fino al 20% dei lavori dell’Onu) e che preveda un suo coinvolgimento militare diretto nelle missioni internazionali e un crescente ruolo strategico nella regione, in modo che il Giappone agisca da deterrente nel medio-lungo periodo contro i rischi di postura più assertiva da parte della Cina. Dal canto suo Tokio è consapevole della necessità di andare oltre l’ultra-pacifismo dell’articolo 9 per avviarsi verso una “normalizzazione” del proprio status militare per una serie di ragioni.
In primo luogo, fallito il goffo tentativo del Governo Hatoyama di svincolarsi in parte da un’alleanza troppo rigida con gli Stati Uniti – come ricordato in precedenza, tra le principali cause della caduta del Governo - un allineamento con questa visione di Washington deve essere apparso al nuovo governo DPJ di Naoto Kan politicamente e strategicamente inevitabile. Secondariamente, tuttavia, come nota Christopher Hughes in un articolo del 2009 pubblicato su International Affairs, il rafforzamento dei legami di sicurezza con Washington pone il Giappone dinanzi a un dilemma strategico. Da un lato, Tokio potrebbe suo malgrado trovarsi coinvolta in un eventuale conflitto tra USA e Cina su situazioni instabili quali Taiwan o Corea. Tale è il motivo per cui nelle Linee Guida si afferma il principio della contingenza, ovvero una valutazione caso per caso delle operazioni militari a cui le JSFD potrebbero prendere parte in aiuto all’alleato. Dall’altro, si avverte a Tokio il rischio che gli Stati Uniti giungano a considerare l’ipotesi che i propri interessi nazionali siano meglio tutelati più da legami solidi con una Cina in ascesa che dalla tradizionale alleanza con un Giappone in permanente stagnazione economica. Un eventuale abbandono alle proprie sorti da parte dell’alleato su cui fa perno tutta la politica di sicurezza giapponese sarebbe a quel punto per Tokio fatalmente deleterio. Forse nel tentativo di sciogliersi da questo dilemma, le nuove Linee Guida riconoscono chiaramente come la sicurezza di un paese debba basarsi principalmente sui propri sforzi e sulle proprie risorse. Riconfigurare la propria strategia difensiva, a cominciare dall’ammodernamento e dalla riorganizzazione delle forze armate, rappresenta quindi un primo passo verso una minore dipendenza dagli Stati Uniti e, non ultimo, una prima risposta concreta alla rapida ascesa militare della Cina.
L’Impero del Sole alla prova del Dragone
In effetti, la complessità dei rapporti con Pechino obbliga Tokio a guardare con estrema attenzione all’aumento delle spese militari cinesi. Diverse questioni di attrito, se non hanno impedito in questi anni lo sviluppo di una sempre maggiore interdipendenza economica tra i due Paesi, rendono però le relazioni sino-giapponesi particolarmente delicate e a rischio di rapido deterioramento. Innanzitutto, esiste il problema della memoria storica e dei trascorsi coloniali giapponesi. Il ricordo dell’aggressione giapponese è in Cina fortemente sentito, e rischia spesso di infiammare il crescente nazionalismo cinese, anche in mancanza di un’ammissione di responsabilità ufficiale da parte Tokio. Così, ad esempio, durante il governo LDP di Junichiro Koizumi (2001-2006), la scelta dell’ex-Premier giapponese di rendere annualmente visita al santuario di Yasukuni - in cui sono ospitati i resti degli eroi della storia imperiale giapponese, ma anche le spoglie di diversi criminali di guerra – scatenò vivaci proteste popolari in Cina davanti alle ambasciate giapponesi, e causò il raggelarsi dei rapporti politici tra Tokio e Pechino per tutta la durata dell’amministrazione Koizumi. C’è poi il contenzioso territoriale su di un gruppo di isolette (chiamate Senkaku dai Giapponesi e Diaoyu dai Cinesi) nel Mar Cinese Orientale, di fatto controllate dal Giappone ma la cui sovranità è da tempo rivendicata anche da Pechino (oltre che da Taiwan). Benché, come sottolineato da Koo (2009), il controllo di questo gruppo di isole non sia particolarmente rilevante da un punto di vista meramente strategico, la questione della sovranità su di esse incorpora vari elementi di notevole importanza simbolica, economica, politica e storica. Dal 1968, anno in cui si scoprirono indizi di probabili depositi di gas e petrolio a largo delle isole, periodici incidenti hanno causato alcuni momenti di tensione, puntualmente circoscritti grazie volontà di ambo le parti di non fomentare inutilmente violente escalation militari. L’ultimo episodio risale al settembre scorso, quando in seguito alla collisione tra un peschereccio cinese e una nave da ricognizione della Japan Cost Guard (JCG), il comandante dell’imbarcazione cinese fu arrestato e detenuto per più di due settimane, provocando il più grave incidente diplomatico tra Tokio e Pechino degli ultimi anni, e scatenando le durissime proteste ufficiali di Pechino, con gravi minacce di rappresaglie economiche e politiche.
Tale episodio non è che l’ultimo dei campanelli d’allarme che hanno contribuito a incrementare a Tokio la percezione di una sempre crescente assertività cinese, e le Linee Guida costituiscono indubbiamente un documento probante della volontà del Giappone di cominciare a reagire all’ascesa militare della Cina. Per ovviare ai limiti istituzionali e di budget nella spesa militare, Tokio punta a una strategia di cambiamento qualitativo più che quantitativo delle proprie Forze Armate. Innanzitutto, si stabilisce il principio della difesa “dinamica”, che dovrebbe rendere le JSDF in grado di reagire con maggiore mobilità, prontezza e flessibilità alle eventuali contingenze belliche. A tal fine, è previsto il tentativo d’acquisto di un nuovo aereo da trasporto tattico, la cui scelta dovrebbe ricadere sul C-2 Kawasaki, in grado di aumentare di quasi quattro volte le capacità del vecchio C-1.
Inoltre, il Giappone è da tempo alla ricerca di un cacciabombardiere a tecnologia stealth (i cosiddetti aerei “invisibili”) in sostituzione degli F-15 Eagle americani, in dotazione all’aeronautica giapponese. Quest’ultimi sono ormai tecnologicamente datati, soprattutto rispetto ai sovietici SU27 (costruiti su licenza da Pechino), e Tokio ha più volte manifestato l’intenzione di acquisire lo statunitense F22 - probabilmente al momento il cacciabombardiere più potente e avanzato - ma gli Stati Uniti non sembrano ad oggi disposti ad autorizzarne la vendita. Così, al momento è previsto il potenziamento degli armamenti degli F-15 e degli F-2 mentre si continua lo studio per un nuovo cacciabombardiere stealth di fabbricazione giapponese.
Saranno migliorate le capacità di mobilità e di reazione delle Forze di Terra, con l’introduzione del nuovo carro armato anti-guerriglia TK-X MBT, più leggero e facile da trasportare. Si annuncia inoltre la creazione, all’interno del Gabinetto di Governo, di un corpo responsabile della coordinazione di tutte le unità delle JSDF.
Dal punto di vista della difesa balistica, quest’anno entrerà nella sua fase finale il progetto congiunto USA-Giappone per l’installazione sui cacciatorpedinieri giapponesi di un avanzato sistema di intercettazione missilistica, al momento la voce di bilancio più consistente nel budget della difesa.
Per quanto riguarda le Forze Navali, la volontà di aumentare la flotta di sottomarini da 16 a 22 unità - ufficiosamente annunciata già due mesi prima della pubblicazione delle Linee Guida – mira a migliorare le capacità di controllo nel Mar Cinese orientale, e sembra essere una chiara risposta alle attività navali cinesi.
È da ricordare, infine, il crescente ruolo attribuito alla Japan Coast Guard - non a caso protagonista dell’incidente del settembre scorso - un corpo paramilitare che ha visto negli ultimi anni crescere le proprie funzioni di monitoraggio e controllo nei mari sud-orientali e che, per quantità di veicoli a sua disposizione, costituisce quasi una seconda forza navale a disposizione di Tokio per contrastare l’influenza navale dell’EPL.
Più in generale, si sottolinea in più parti delle Linee Guida la necessità di potenziare le capacità di proiezione militare giapponese nel Sud-ovest, e di modificare l’assetto da Guerra Fredda delle proprie Forze Armate per rispondere con più incisività alle sfide di un presente quanto mai dubbio in Asia orientale, in cui l’ascesa della Cina rappresenta, almeno agli occhi degli strateghi giapponesi, la più grave minaccia nel lungo periodo, e che insieme ad altri gravi fattori di instabilità regionale, quali le questioni di Corea del Nord e Taiwan e il ruolo incerto della leadership statunitense nel futuro prossimo, ha contribuito a nutrire il senso di accerchiamento del Giappone e a rendere Tokio consapevole delle necessità di riconsiderare la propria postura internazionale e la propria strategia difensiva. Tuttavia, le Linee Guida rimangono un passo in tale direzione dal valore per lo più simbolico, al di là di un eventuale effetto di deterrenza, e l’annuncio fatto da Naoto Kan il 6 gennaio 2011 di voler costituire un comitato di esperti per ricucire i rapporti con Pechino dimostra che, se si riusciranno a contenere da ambo le parti gli eccessi di nazionalismo e le velleità territoriali, il forte grado di interdipendenza economica tra i due paesi renderà assai improbabile, almeno nel breve periodo, un deterioramento delle relazioni sino-giapponesi talmente sistematico e profondo da condurre a un confronto militare aperto.
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