Dalla seconda metà degli anni Novanta il Paese assiste ad un marcato calo dei matrimoni e delle nascite, un rapido e costante invecchiamento e una popolazione attiva in diminuzione...
In questo contesto le nuove generazioni, invece di far sperare in una soluzione, sono parte in causa. Colpite da fenomeni di disoccupazione e sottoccupazione che ne limitano le potenzialità ed in parte disilluse e poco attive politicamente,mancano il loro ruolo di motore di rinnovamento della società. Le conseguenze sull'economia del Paese e sul bilancio dello Stato si fanno già sentire pesantemente ma potrebbero diventare, nel lungo periodo, insostenibili.Invecchiamento della popolazione e impatto sul Paese.
Il 13 dicembre 2010 il “Japan Sun” ha pubblicato il risultato di un’indagine promossa dall’Hakuhodo Insitute of Life and Learning. Il quesito posto agli intervistati era che età avrebbe avuto il Giappone se fosse stata una persona. La media delle risposte è stata 51,7 anni, evidenziando come gli stessi cittadini raffigurino il proprio Paese con le fattezze di una nazione “di mezza età”. In effetti, l’analisi delle tendenze demografiche conferma un rapido invecchiamento della popolazione accompagnato da una drastica diminuzione della natalità. Attualmente l’età media dei Giapponesi è di 44 anni e l’aspettativa di vita di 84, fra le più alte al mondo, mentre il tasso di fertilità è fra i più bassi: 1,4 figli per donna.
Questa evoluzione demografica ha un forte impatto sulla crescita economica e sul bilancio dello Stato. Dopo la Seconda Guerra Mondiale la popolazione in età lavorativa, ossia dai 15 ai 64 anni, del Giappone era aumentata di 37 milioni nell’arco di due generazioni, fornendo un fondamentale sostegno alla crescita economica ed alle finanze pubbliche. La tendenza ha cominciato ad invertirsi nel 1996, quando la popolazione in età lavorativa ha iniziato a diminuire e secondo le previsioni, continuerà così rapidamente che nel 2050 la popolazione sarà ritornata ai valori del 1950. A meno che il tasso di produttività non aumenti più rapidamente del declino della popolazione in età lavorativa, eventualità improbabile nel breve periodo, l'economia è destinata a subire una contrazione.
L'impatto dell'invecchiamento della popolazione avrà pesanti conseguenze anche sul bilancio statale, coinvolgendo in primis i costi del sistema pensionistico. Secondo l’OCSE, nel 1960 in Giappone vi erano 11 lavoratori per ogni pensionato. Il processo ha raggiunto l'apice negli anni '90, poi la tendenza si è invertita in maniera decisa: esauriti gli effetti del boom demografico, la popolazione attiva ha iniziato a diminuire, mentre la popolazione con più di 65 anni ha continuato a crescere, grazie all'aumento dell'aspettativa di vita. Di conseguenza, il rapporto tra lavoratori e pensionati è sceso al valore attuale di 2,6. La situazione è destinata ad aggravarsi ulteriormente dal 2012, quando i baby boomers protagonisti del boom demografico ed economico del dopoguerra, raggiungeranno i 65 anni d’età. Anche le previsioni a lungo termine sono preoccupanti: il Governo prevede che la percentuale di popolazione sopra i 65 anni di età, solo il 7,9% nel 1975 e il 19,5% nel 2004 sarà il 28,7% nel 2025. Il dato è preoccupante se si pensa che già ora il 70% della spesa sociale è a sostegno degli ultra sessantacinquenni.
Nel tentativo di ridurre il deficit, nel 2004 il Governo ha varato un graduale aumento dei contributi pensionistici, che raggiungerà il 18,3% del reddito nel 2017. Anche l’età pensionabile passerà da 60 a 65 anni, rispettivamente nel 2013 per gli uomini e nel 2018 per le donne. Secondo l’Esecutivo questa riforma dovrebbe limitare il peso del sistema pensionistico sul PIL a circa il 9%, tuttavia l’OCSE sostiene che la previsione sia troppo ottimistica.
L’OCSE ritiene necessari interventi tesi a modificare il rapporto pensionati/lavoratori, sia attraverso l’ulteriore aumento dell’ età pensionabile, sia tramite l’incremento della forza lavoro. Fondamentale per raggiungere quest’ultimo scopo la promozione di una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro, particolarmente ridotta in Giappone: il 46% delle donne ne esce con la nascita del primo figlio a causa delle politiche sociali, del sistema di tassazione, che prevede sgravi fiscali per le donne con reddito ridotto, e dei salari, fortemente sbilanciati fra i sessi.
In altri Paesi un contributo importante è venuto anche dalla forza lavoro immigrata, che rappresenta spesso una forte spinta propulsiva per la società: gli immigrati sono in genere giovani, hanno tassi di natalità più alti e partecipano attivamente al mercato del lavoro. Questo richiederebbe, tuttavia, una modifica non solo dell’attuale legislazione sull’immigrazione, che è strutturata in maniera tale da non favorire l’ingresso di cittadini stranieri, ma anche della mentalità giapponese, tradizionalmente rigida nei confronti del fenomeno migratorio.
La disoccupazione giovanile e il fenomeno dei “freeter”
Si potrebbe ipotizzare che parte delle soluzioni ai problemi menzionati possa giungere dai giovani. Per il momento non è così, anzi: la disoccupazione giovanile e lo stile di vita delle nuove generazioni vanno nella direzione opposta.
Innanzitutto, almeno negli ultimi anni, i giovani non sono stati un motore di rinnovamento: la fascia sociale più ostile ad un’ apertura all’immigrazione è costituita proprio dai giovani, i quali vivono l’entrata nel mercato del lavoro di coreani, cinesi o indiani come una minaccia diretta. In aggiunta, proprio le nuove generazioni lamentano una scarsa attenzione alla vita politica.
Dal punto di vista economico, inoltre, la stagnazione perdurante da quasi due decenni ha portato ad una progressiva diminuzione delle opportunità lavorative, con un tasso di disoccupazione salito dal 2,1% del 1990 al 4% del 2008. I giovani ne hanno risentito maggiormente: sempre nel 2008, il 7,2% della popolazione tra i 15 e i 24 anni e il 5,2% di quella tra i 25 e i 34 anni era disoccupata, contro il 2,9% nella fascia d'età tra i 45 e i 54 anni.
Per mantenere la competitività in un momento di scarsa crescita, le imprese giapponesi stanno in parte abbandonando il tradizionale sistema dell'impiego a vita. Molti nuovi occupati, per lo più giovani, vengono inseriti nel tessuto lavorativo attraverso contratti a modalità flessibile: a termine e a tempo parziale. Il processo ha provocato un'enorme crescita dei lavoratori “non regolari”, i quali, secondo i dati del Ministero del Lavoro, sono passati da 10 milioni nel 1995 a 17,6 milioni nel 2008. Contestualmente sono diminuite le assunzioni a tempo indeterminato.
Queste dinamiche hanno portato all'emergere di una nuova generazione di giovani lavoratori atipici, tra cui spicca, per popolarità e numero, la categoria dei “freeter”, fusione del termine inglese “free”, libero, e del tedesco “arbaiter”, lavoratore.
Si tratta di giovani tra i 15 e i 34 anni con impieghi lavorativi temporanei o part-time, in genere poco qualificati e scarsamente retribuiti, ad esempio all’interno di “convenience stores”, ristoranti, negozi di abbigliamento. Hanno uno stile di vita radicalmente diverso da quello delle generazioni precedenti, inserite nel sistema dell'impiego a vita, che consiste nell'assunzione di un dipendente terminati gli studi e nella sua permanenza nella stessa azienda fino al pensionamento, con orari di lavoro impegnativi (anche 70 ore per settimana) e scarso tempo libero.
Quando il termine “freeter” fu coniato, all'apice della bolla economica alla fine degli anni '80, designava chi, deliberatamente, sceglieva questo tipo di vita perché rifiutava di diventare un “salary man” e preferiva coltivare interessi diversi rispetto al lavoro.
Tuttavia un'indagine evidenzia come oggi solo il 13,7% dei “freeter” si trova in questa condizione perché ha scelto un modello di vita alternativo. Il resto è costituito da giovani che scelgono di aspettare prima di cominciare una carriera in un'azienda (46,9%) o non riescono a trovare un lavoro “regolare” terminati gli studi (39,4%). I secondi tuttavia dovranno scontrarsi con prospettive future ridotte, perché le imprese giapponesi, molto più che in altri Paesi, preferiscono assumere neodiplomati o neolaureati.
Negli ultimi anni il fenomeno ha assunto proporzioni sempre maggiori ed il numero dei “freeter” è in rapida crescita: le stime divergono, ma probabilmente nel 2008 questa categoria rappresentava il 4% della popolazione attiva e più di un terzo di tutta la popolazione tra i 25 e i 34 anni.
Sebbene la messa in discussione delle rigide convenzioni sociali giapponesi possa presentare aspetti positivi, le conseguenze sui giovani e sulla società nel suo complesso sono, sotto il profilo pratico, essenzialmente negative.
Il reddito degli interessati è ridotto rispetto ad un impiego “classico” e spesso non è sufficiente per mantenersi, così questi giovani sono costretti a vivere con i genitori possono senza potersi creare una famiglia ed avere figli. In questo modo contribuiscono al declino del tasso di natalità.
Inoltre hanno scarse, se non nulle, assicurazioni pensionistiche e causano quindi una diminuzione dei contributi al sistema pensionistico: si stima che più del 50% non concorra al sistema pensionistico statale. Masahiro Yamada, professore di sociologia, in un saggio intitolato “Parasite Singles Feed on Family System” (“Single parassiti mantenuti dalla famiglia”) ha evidenziato che potrebbero rappresentare un grandissimo peso per la società.
Molti infine ritengono che i “freeter” rappresentino e rappresenteranno ancor più in futuro un fattore di squilibrio per la società, contribuendo all'aumento del divario tra ricchi e poveri. Sempre secondo l'OCSE, la disparità tra gli estremi di reddito sta crescendo da anni, due volte più velocemente che in altri Paesi ricchi, trasformando una società tradizionalmente egualitaria come quella giapponese, una volta descritta come “a 100 million middle-class people nation” (una nazione di 100 milioni di abitanti interamente appartenenti alla classe media) in una “kakusa shakai”, letteralmente “società del divario”. Queste disparità aumenteranno ancor più quando gli adulti figli del boom economico del dopoguerra moriranno e i “freeter” non avranno più chi li mantiene.
Conclusioni
Quale potrebbe essere dunque il futuro per il Giappone? La maggioranza della popolazione è consapevole del problema, ma non sa come affrontarlo. Le risposte governative sembrano capaci di arginarne temporaneamente gli effetti, ma non di risolverne le cause strutturali.
Ci sono tuttavia due ragioni per un cauto ottimismo. In primo luogo il Giappone ha mantenuto un forte apparato produttivo ed industriale, ha una forza lavoro compatta e può contare sulla propria enorme capacità innovativa. In secondo luogo le elezioni del 2009, ponendo fine al cinquantennale predominio politico del Partito Liberal Democratico, hanno evidenziato la volontà del Giappone di “voltare pagina” e l’aumento della partecipazione giovanile al voto è segnale che fa ben sperare.
Senza alcun dubbio il Giappone rappresenta una sorta di “osservato speciale” su come i grandi Paesi dovrebbero affrontare l'invecchiamento e la diminuzione della popolazione. La popolazione di molti Paesi dell'Europa occidentale sta già diminuendo, sebbene ad un ritmo meno elevato rispetto a quella giapponese. Anche l'Asia orientale osserverà attentamente del Giappone. Il modello di crescita industriale dei paesi asiatici emergenti assomiglia molto al boom giapponese del dopoguerra, con l'aumento della popolazione attiva e un’importanza relativamente alta delle esportazioni. Secondo le previsioni, la popolazione della Cina comincerà a diminuire già nel 2015 (National Population and Family Planning Commission of China) e quella della Corea del Sud dal 2023 (fonte: http://countrystudies.us/south-korea/33.htm): il confronto con la realtà giapponese è di fondamentale importanza per programmare le necessarie strategie per prevenire e contrastare i fenomeni demografici descritti.